No 41 bis



Diffondiamo l’articolo che il “Centro di documentazione e lotta Rosso 17” ha preparato su richiesta dei compagni turchi del DHKP-C. Si tratta di una sintetico ma esplicativo scritto che, scorrendo le fasi della lotta di classe nel nostro Paese, spiega l’evoluzione del sistema carcerario italiano in funzione controrivoluzionaria passando attraverso ai sistemi di differenzazione ed isolamento sino all’applicazione dell’art.41 bis.
Per capire il sistema carcerario italiano, la sua differenziazione interna, bisogna risalire agli anni settanta. Che, come si sa, in molti Paesi, Italia compresa, hanno visto lo sviluppo di un potente movimento di classe e di forti espressioni rivoluzionarie. Relativamente all’area euro occidentale, il caso italiano è stato particolarmente profondo. Lo scontro toccò livelli sempre più alti, e le Brigate Rosse ne costituivano la punta di lancia. Con la loro capacità complessiva, politico-militare, costituirono nei fatti l’embrione del possibile Partito Comunista Combattente. Agirono come tale, pur non riuscendo infine a compiere quel salto.
Questa breve premessa è essenziale per capire le contromisure assunte dallo Stato, in una situazione che si configurava di “guerra civile di bassa intensità”, a rischio di divampare in piena crisi rivoluzionaria.
Questa coinvolgeva anche le carceri che, a partire dal 1969, parallelamente all’esplosione del movimento operaio e studentesco, divennero teatro di rivolte, lotte, evasioni. E in rapporto organico con i movimenti esterni, con la crescita di una sinistra proletaria rivoluzionaria. Le avanguardie espresse dalle lotte carcerarie, incontrando le nuove leve militanti che entravano in carcere a causa della repressione esterna, si politicizzarono rapidamente. Risultato ne fu il formarsi di un’area militante, fra interno ed esterno, sensibile all’emergere della lotta armata. E ancor più dall’ingresso in carcere dei primi brigatisti, a partire dal 1974. Il carcere, il “proletariato prigioniero” divennero così un vero e proprio fronte dello scontro generale. Le azioni di guerriglia si moltiplicarono, contro strutture e personale della repressione, ai loro massimi livelli. Fu in questa situazione che lo Stato attuò la prima grande controffensiva: l’istituzione delle carceri speciali.
Situate su isole o in zone estreme della penisola, militarizzate sotto il controllo dei carabinieri (il corpo speciale dell’esercito, specializzato storicamente nella repressione interna), e a concentrazione limitata (non più di cento-duecento detenuti), in esse vennero deportat* solo militanti rivoluzionar* e prigionier* ribell*, protagonisti di lotte ed evasioni. Le condizioni erano punitive, di grande deprivazione, e basate sul criterio della cella singola, non più di dieci metri quadrati. Celle poste spesso su un solo lato del corridoio, alfine di rendere ancor più difficile la comunicazione fra i prigionier*. Insomma, l’obiettivo principale era appunto l’isolamento. Innanzitutto rispetto alla gran massa dei detenuti, per frenare, impedire la socializzazione delle idee e delle pratiche di lotta, mentre all’interno degli “speciali” si puntava a spezzare la resistenza e la solidarietà de* militant* combattenti. Compito arduo, che per diversi anni non fece altro che attizzare ancor più il fuoco della contrapposizione. La forza crescente delle Organizzazioni Combattenti, e soprattutto delle Brigate Rosse, si riversava sul rapporto di forza attorno e dentro le carceri.
La violenza repressiva trovava spesso adeguate risposte, e la paura era diffusa fra le truppe e i caporioni nei Ministeri e nelle strutture dirigenziali.
A limitare le capacità d’azione dello Stato vi era poi la dimensione del fenomeno: prigionier* speciali che diventavano centinaia, e infine, fra il 1981 e ’82, circa 4.000. Tant’è che solo una parte poteva essere confinata nelle sezioni speciali, una gran parte finiva comunque nelle carceri comuni, anche se magari in sezioni solo per politici. Gli stessi “speciali” erano diventati un terreno di scontro molto violento. L’apice ne fu la campagna condotta congiuntamente dai Comitati di lotta interni e dalle Brigate Rosse per la chiusura del carcere speciale più simbolico, quello dell’Asinara. Situato su una piccola isola, vicina alla Sardegna. La sua chiusura era reclamata tanto quanto la fine del “trattamento differenziato”, e l’abolizione dell’articolo 90 (del Codice Penitenziario), con cui venivano imposte le misure più dure e di tendenziale isolamento. Fra cui la misura più odiosa consisteva nella tenuta dei colloqui con i familiari tramite vetri divisori e citofoni. Un paio di rivolte, una nella stessa Asinara, l’altra a Trani (in Puglia), con sequestro di guardie, furono condotte congiuntamente al sequestro esterno di un alto direttore ministeriale.
Pur mascherando in modo bizantino la decisione, il governo passò alla chiusura del carcere simbolo dell’Asinara(con la scusa delle devastazioni interne fatte dai rivoltosi). La repressione, lì e a Trani, fu molto pesante, ma le Brigate Rosse attuarono subito rappresaglia, giustiziando un generale dei carabinieri.
Questa fase di scontro, nell’inverno 1980/’81, vide però le avvisaglie di un grave fenomeno negativo che si stava sviluppando internamente al movimento rivoluzionario. Nonostante i livelli di forza organizzata, contraddizioni ed errori accumulati (di cui qui non possiamo dar conto) travagliarono in profondità il corpo militante, manifestandosi infine nel crollo di molt* al momento dell’arresto, o dopo pochi mesi di prigionia.
Il pentitismo – cioè il tradimento e la collaborazione con il nemico – poi la dissociazione politica – cioè la resa, l’ammissione di sconfitta di fronte ai tribunali – spezzarono la solidarietà e la tenuta del fronte carcerario. Lo scontro si trasferì internamente al movimento stesso e i danni furono notevoli.
Lo Stato vinse la partita militarmente e utilizzò quei fenomeni per disgregare dall’interno il movimento e le organizzazioni. Tant’è che nel 1985 allentò decisamente la morsa carceraria, sospendendo l’applicazione dell’articolo 90 e i trattamenti peggiori che ne conseguivano. Semplicemente predispose alcune sezioni (e non più carceri intere) di tipo speciale, dove trasferì gli “irriducibili”, cioè militanti che mantenevano una posizione rivoluzionaria coerente, rifiutando le varie forme di resa e dissociazione. Non vi era più il pericolo di continui attacchi guerriglieri, né che quest* prigionier* costituissero un’entità politica omogenea e definita.
Iniziò allora una fase di “ritirata strategica”- come fu definita dalle Brigate Rosse ancora attive – che significava riorganizzarsi su una linea più arretrata e sostenibile, continuando a combattere nella misura del possibile. Per dare un’idea della situazione, dalle centinaia e centinaia di militanti e sostegni coinvolti nelle organizzazioni armate fino al 1982, si passò alle decine. E delle organizzazioni, nei fatti, sopravvissero solo le Brigate Rosse. Più tardi, negli anni novanta emergeranno anche i gruppi anarchici, ma la loro lotta armata sarà diversa e molto minore.
Dalla metà degli anni ottanta, quindi, lo Stato non dovette più gestire una repressione di massa, con tutti i problemi derivanti da grandi strutture carcerarie speciali. Poté concentrare l’azione in modo “chirurgico”.
Ed è appunto in quegli anni che l’uso dell’isolamento divenne sistematico.
I pochi militanti che continuano la lotta, l’impegno politico-militare, quando vengono catturati possono essere facilmente dispersi e isolati. L’Italia è un Paese disposto in lunghezza (circa 1.500 km da un capo all’altro), per cui le incarcerazioni avvengono in località molto lontane dai luoghi di provenienza dei prigionieri. Con tutti i disagi conseguenti nel mantenere relazioni e contatti esterni. In certi casi, di famiglie proletarie con pochi mezzi, i colloqui diventano sempre più rari nel corso della detenzione. Per non parlare dei rapporti extrafamiliari, con amic* e compagn*, rispetto ai quali la censura è molto rigida. Arrivando in certi casi a vietarli del tutto. Comunque a limitarne numero e frequenza ai minimi termini. Il potere conosce bene l’importanza, il valore dei colloqui e della possibilità di mantenere rapporti esterni, soprattutto nelle lunghe detenzioni. E agisce su questi proprio per pesare sulle condizioni vitali, quindi sulla tenuta, sulla capacità di resistenza de* prigionier*.
La distanza e la localizzazione in zone enclave, fuori dalle principali vie di comunicazione, crea problemi anche alle possibili mobilitazioni solidali. Comunque le rende difficili e occasionali, non continuative.
Il trattamento interno poi è rigidamente improntato alla separazione dal resto della popolazione detenuta.
Nei primi mesi, o in periodi particolari, il/la compagn* viene isolato del tutto, in sezioni di passaggio al pianoterra, vicino ai locali amministrativi, ai quartieri delle guardie. In quei periodi, così, non si vedono che guardie. Ad ogni spostamento, ad ogni andata e ritorno nel cortile per le ore d’aria, si è scortat* da guardie, e si resta da sol* in cortiletti piccolissimi. La frequenza, quasi quotidiana, delle perquisizioni, rende
la presenza delle divise una vera invadenza nella vita di tutti i giorni. Tutto questo ovviamente è studiato, scientificamente applicato per intaccare la tenuta psicologica, la resistenza personale e dunque politica.
Fino a dettagli come la rumorosità dell’ambiente, del loro vociare, o la luminosità spettrale da campo di concentramento che invade la cella dai grandi riflettori di recinzione.
Questi periodi durano anche fino ad un anno. Poi avviene l’assegnazione ad una sezione di alta sicurezza.
Queste sono in continuità con ciò che furono le carceri speciali. Ma, mentre si è attenuata la durezza delle condizioni, la tensione conflittuale con le guardie, ne è stata ribadita la funzione di rigida separazione dalla popolazione carceraria comune. Le sezioni sono isolate ai margini degli edifici, persino le scale sono separate. Ogni spostamento è sotto scorta, i contatti con altri detenuti quasi impossibili. La vita in sezione egualmente compartimentata: cella singola, le 4 ore d’aria quotidiana, in cortile, sono il momento di socialità fra tutt* i/le presenti in sezione, per il resto si è sempre in solitudine. Questo facilita almeno la concentrazione e lo studio, ma non il dibattito e lo sviluppo politico collettivo.
Questo, grosso modo, il tipo di carcerazione vissuta dai/le militanti rivoluzionari/e in questi decenni.
Ma dai primi anni duemila, sul filo delle nuove legislazioni antiterrorismo internazionali e della generale ondata repressiva, si è aggiunto un ulteriore regime di isolamento aggravato. Noto come regime in articolo 41bis (articolo del Codice Penitenziario).
Il suo principio è un seguito del precedente (succitato) art.90. Ma, ben più grave di questo, esso non è una “temporanea sospensione degli altri articoli, e di certi diritti del detenuto, per gravi motivi di ordine e sicurezza interni”, bensì punta a “recidere, impedire i collegamenti fra il detenuto e l’organizzazione esterna di appartenenza”. Quindi non si limita a periodi eccezionali, transitori, ma diventa stabile nel tempo, indeterminato. Inizialmente rinnovabile ogni 4 mesi, oggi ogni 2 anni, esso viene attribuito nominativamente, per decreto ministeriale. Insomma, si tratta di questione pesante.
Infatti il trattamento è semplicemente disumano: le sezioni sono piccolissime, la socialità prevista è con un massimo di altri 3 detenut*, per una sola o due ore d’aria quotidiana, in cortile. Ma sovente, causa altri criteri di incomunicabilità, anche questa socialità viene annullata. Divieto di cucina in cella. Ogni effetto personale, pure libri, giornali e carte, tutto viene contato e limitato in quantità: la più grave limitazione consiste nei 3 libri al massimo, e nel fatto che possono essere acquistati solo tramite l’amministrazione carceraria (con tutte le conseguenti censure immaginabili). Posta rigidamente censurata. 1 ora di colloquio mensile, solo con familiari stretti, con vetro divisorio. Perquisizioni assillanti e, crudeltà gratuita, pannelli in plexiglass a doppiare le sbarre alla finestra, cioè ostruzione alla vista, cancellazione di cielo e quel po’ di orizzonte visibile da una cella.
Tortura, così noi (e non solo noi del movimento rivoluzionario) definiamo questo regime carcerario. Che infatti ha già prodotto morti, anche da suicidio. In origine è stato concepito non in funzione controrivoluzionaria – poiché nei primi anni novanta il movimento di classe era ai suoi più bassi livelli - ma nello scontro interno allo Stato, alle frazioni borghesi, contro la potenza ascendente delle mafie. Nei fatti viene applicato come misura di gestione repressiva nelle regioni in cui l’economia mafiosa è la principale fonte di sussistenza per ampi settori popolari, e contro le loro velleità ribellistiche (mentre capitale e potere mafioso continuano a prosperare).
Successivamente l’art.41bis è stato applicato anche ad alcun* compagn*. Nella logica della differenziazione, di un dosaggio scientifico e politico della repressione, sono così colpiti nel modo più crudele i/le prigionieri/e delle Brigate Rosse che hanno condotto gli ultimi attacchi al governo. Nella persona di due consulenti governativi che avevano sviluppato la legislazione antioperaia, di maggior sfruttamento e flessibilità. Il messaggio del potere è terroristico: guai ad attaccarci, guai a tentare di nuovo la via rivoluzionaria. Il proletariato, le sue organizzazioni devono fare i conti con questa guerra sporca che la borghesia, l’imperialismo ormai praticano in modo permanente. Ovunque.
Chiudiamo questo resoconto ricordando peraltro che in Italia esiste la condanna all’ergastolo effettivo.
Una decina di compagn*, sempre delle BR, sono in carcere da 36 anni, e un’altra decina da 30 anni. Senza alcuna prospettiva di uscita, visto che rifiutano ogni patteggiamento.
La mobilitazione , da tempo, ha posto così al centro sia la lotta contro la tortura del 41bis, sia il sostegno e la liberazione incondizionata per quest* compagn*. Obiettivi che sappiamo non essere concretizzabili a breve, ma che sono importanti come aspetti della guerra di classe interna e della possibilità di ripresa di un forte movimento rivoluzionario.
Centro Documentazione e Lotta Rosso 17
Aprile 2018


IL PROCESSO CONTRO LA MILITANTE DELLE BR-PCC NADIA LIOCE SI E’ CONCLUSO CON L’ASSOLUZIONE

Il 28 settembre, al tribunale de L’Aquila, si è svolta l’ultima udienza del processo contro la militante delle BR-PCC Nadia Lioce (arrestata nel 2003). La compagna era accusata di «disturbo della quiete pubblica e oltraggio a pubblico ufficiale» a seguito di una serie di battiture alle sbarre, messa in atto nell’ambito di una protesta effettuata tra marzo e settembre del 2015, in opposizione alle ulteriori e aggravanti restrizioni del regime di 41-bis cui è sottoposta dal 2005.            
In previsione di questa giornata viene indetta una mobilitazione nazionale in solidarietà alla compagna e contro la tortura del 41-bis.  
Circa 70 compagn* provenienti da tutta Italia (Ivrea, Genova, Torino, Milano, Parma, Bologna, Firenze, L’Aquila, Roma, Napoli, Lecce, Palermo, etc.) hanno partecipato al presidio sotto al tribunale volantinando e affiggendo striscioni, mentre una parte di essi ha seguito l’udienza nell’aula, sostenendo cosi la compagna presente in videoconferenza.      
La nostra presenza in aula ha marcato il sostegno alla compagna Nadia, quando infine è apparsa in aula sullo schermo di videoconferenza. Dopo tanti anni si è riusciti a vederla e a sentirla. Volto e voce ne hanno confermato la grande combattività e dignità. Dimostrazione vivente di quante difficoltà possa superare un’autentica determinazione rivoluzionaria, una profonda appartenenza comunitaria di classe.          
Il suo intervento si è incentrato sulla rivendicazione degli atti di protesta, come diritto-dovere di difesa della propria integrità soggettiva. Contro un trattamento carcerario che l’aggredisce e sminuisce, che ne vuole la distruzione.  Così, con le aggravanti introdotte per via legislativa nel 2009, si è giunti ad imporre il divieto di comunicazione fra detenute/i internamente ad una stessa sezione. Divieto di parola! Aberrante solo a concepirsi. Un ulteriore tassello nell’oppressione quotidiana, che arriva a sfigurare, a disumanizzare quel po’ di esistenza restante.         
Nadia ha così anche insistito sulla doverosa ribellione anche in nome dei valori universali di civiltà sociale e umanità. Insomma ha dato ampio respiro politico e ideologico alla propria azione.
Nostre ovazioni hanno salutato passaggi e conclusione delle sue parole, facendole sentire tutta la nostra solidarietà.     
Le compagne avvocatesse, Caterina Calia e Carla Serra, hanno sviluppato e rafforzato gli stessi concetti, la stessa critica. Sottolineando anch’esse l’aberrazione umana, prima ancora che giuridica, di questo ignobile regime carcerario. E l’accanimento feroce che ha portato a traslare le sanzioni disciplinari, già largamente comminate con misure di isolamento rinforzato, in processo penale.
L’assoluzione sentenziata -“perché il fatto non sussiste“- è finalmente una piccola vittoria della resistenza di Nadia, e della solidarietà di classe!            
E’ possibile ascoltare la dichiarazione di Nadia Lioce: https://radioattiva.noblogs.org/files/2018/09/Lioce_28.9.18.mp3 e le arringhe di Carla Serra e Caterina Calia: https://radioattiva.noblogs.org/files/2018/09/Avv.Serra_Calia.28.9.18.mp3




Documento della compagna Nadia Lioce







                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

RISPETTARE L'IDENTITA DELLE/I PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E

In occasione della mobilitazione a sostegno di Nadia Lioce, nella sua resistenza contro il 41bis (e degli altri due militanti BR-PCC sottoposti a questo regime detentivo), si sono levate alcune voci in forte contraddizione con la loro identità, con il senso della loro coerenza.

Da un lato rifanno capolino gli arresi e artefici di capitolazione che promossero la “soluzione politica”. Questa proposta, come già si capisce dall'ipocrisia dei termini, ha significato prendere impegno con lo Stato a che non si ripresenti piu' lotta armata, organizzazione politico-militare, insomma tentativi rivoluzionari. A queste condizioni, molti ex militanti ottennero notevoli benefici di legge. La “soluzione politica” è sempre stata combattuta da chi ha continuato a porsi in una prospettiva di lotta rivoluzionaria, che, seppur in considerazione di tempi e contesti differenti, sarà sempre lo sbocco giusto e necessario alla lotta di classe.

Da un altro lato, vengono prese iniziative inappropriate, incoerenti, da parte di gruppi di movimento o di organizzazioni comuniste legali, come la petizione contro il 41bis. Petizione da rivolgere alle massime autorità statali, fra cui l'emerito presidente della repubblica.
Uno sgorbio, un'assurdità. Sopratutto quando si consideri che Nadia Lioce e i suoi compagni non ne vogliono minimamente sapere, e che trovano oltraggiosa una tale iniziativa. Che l'hanno fatto sapere, e che comunque è assolutamente in contrasto con la loro storia, con la loro fermezza, con la loro continuità militante. Ancor piu' apprezzabile quando si pensi a che prezzo è vissuta.

Purtroppo certi gruppi giustificano di tutto con il tatticismo. Mentre un modo rispettoso di assumere il sostegno alle/i militanti imprigionate/i è nel difenderli in quanto soggetti vivi nello scontro di classe, proprio nelle loro motivazioni essenziali. E pur non entrando nel merito delle questioni di linea e di organizzazione, ne va difesa la base essenziale e comune a tutte le forze comuniste autentiche: una prassi coerente con la tendenza alla guerra di classe.


Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale Ottobre 2017

Resistere è legittimo e doveroso! Solidali con i NO TAV sotto processo!

Il 26.7.2013 alcune decine di militanti NO TAV erano in presidio davanti al tribunale di Torino dove si stava svolgendo il processo ...